Covid-19: #solidarietà e #protezionereciproca

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L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci pone di fronte ad una crisi evolutiva.
Siamo esseri sociali e, sin dall’antichità, per poter sopravvivere abbiamo sviluppato comportamenti tesi alla salvaguardia del singolo attraverso la protezione offerta dalla collettività, dal gruppo di appartenenza, così da garantire la prosecuzione della specie. Abbiamo sviluppato la caccia in gruppo perché ci consentiva di aumentare grandemente le probabilità di ottenere cibo e, contestualmente, di meglio proteggerci dagli attacchi degli altri predatori. Poi con l’avvento dell’agricoltura, diventando stanziali, ci siamo evoluti in comunità via via più complesse mantenendo tuttavia sempre l’esigenza primordiale di vivere in gruppi piccoli (le famiglie) in altri mediamente grandi (le città). Questo perché il “bisogno di appartenenza”, ovvero la necessità di essere visti e riconosciuti dal gruppo familiare e comunitario, è connaturato in noi.
Negli ultimi decenni, la necessità di visibilità e riconoscimento ci ha spinti a investire su obiettivi facilmente perseguibili e legati per lo più all’individualismo; al ripiegamento narcisistico; all’ostentazione e, così facendo, abbiamo cambiato il nostro “stare insieme” e la nostra Società, facendole perdere il suo valore di contenitore e protezione del singolo e trasformandola in “vetrina”; una vetrina per far sfoggio di ricchezza; di potere; di bellezza fisica, che ci ha visto in gara per il miglior allestimento.
La vanità è pertanto diventata il centro di una vita in cui siamo stati sempre più individui e sempre meno con-cittadini.
Ciò che l’individuo ha perso, in questa corsa all’ostentazione, è stata la capacità di chiedere aiuto; di riconoscere i propri bisogni; di leggere le proprie emozioni e di saperle condividere coi propri simili, al fine di elaborarle. Da qui l’eziologia di molti tra i disturbi psichici del secolo. Come nel mito di Narciso, insensibile e vanitoso al punto che, sebbene in preda alla paura non fu in grado di accogliere l’aiuto di Eco che a lui aprì le braccia, rifiutandola inorridito, allo stesso modo l’individuo moderno non è capace di chiedere né di ottenere aiuto: chiuso e centrato su di sé, è impossibilitato ad ammettere all’altro le sue fragilità.

Come nel mito di Narciso dunque, l’individuo moderno ripiegato su se stesso, è incapace di guardare all’altro e muore.
Il Coronavirus ci sta obbligando a fare i conti con la paura della morte, a non poter fare a meno di riconoscerla né di comunicarla, in un dialogo emotivo con l’altro in cui siamo costretti a chiedere aiuto quando avevamo quasi perso la capacità di farlo e, improvvisamente, riscopriamo la necessità di stare insieme pur non potendolo fare a causa delle stringenti limitazioni che la paura del contagio ci impone.

Come uscire dunque da quest’impasse che, se per un verso ci fa temere l’altro, persino il nostro più stretto e amato caro, per un altro verso ci porta a chiedere sostegno e cura, a tutti i livelli socio-economici e culturali? È questa la crisi psico-sociale che siamo chiamati a superare.

L’emergenza che stiamo vivendo ci pone tutti: poveri e ricchi, oppressi ed oppressori; ignoranti e colti, sulla stessa barca, nel bel mezzo di una tempesta il cui solo faro è travalicare i confini del nostro narcisismo e chiedere aiuto; essa ci costringe a fare i conti con una verità che l’uomo ha sempre cercato di rifuggire: l’imponderabile. Questo virus è sconosciuto anche a coloro che studiano, che curano, che salvano, dunque, l’unica reale salvezza è la collettività, è tornare ad una modalità di funzionamento arcaica e vincente: la solidarietà e la protezione reciproca: la stessa che usavamo quando affrontavamo, in gruppo, la paura…e vincevamo!

Dott.ssa Laura Bisconti
Psicoterapeuta LILT LECCE

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