CAFFE’ IN CAPSULE, FTALATI E CANCRO AL SENO

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Il rilascio di interferenti endocrini negli alimenti pronti all’uso, come le capsule predosate per caffè espresso, pone seri interrogativi sui loro effetti negativi sulla salute

Numerosi sono gli studi che identificano un effetto anti-androgenico degli ftalati. Questi composti sono prodotti in grandi quantità e vengono comunemente utilizzati come emollienti ed additivi plastici, trovando impiego in numerose applicazioni industriali e prodotti di largo consumo. A titolo di esempio, il di-(2-etilesil) ftalato (DEHP) è l’additivo chimico più comunemente usato per conferire flessibilità al polivinilcloruro, divenendo quindi onnipresente, per esempio, nei giocattoli, nei film per imballaggio, nei dispositivi medici e per la conservazione del sangue. Il di-n-butil ftalato (DBP) è invece più ampiamente utilizzato nella realizzazione dei prodotti in lattice, cellulosa e solventi per alcuni coloranti. Infine, lo ftalato di etile è un tipico additivo nei prodotti cosmetici per la cura personale. Particolarità dell’utilizzo degli ftalati è che essi non vengono legati alla plastica alla quale sono aggiunti, potendo quindi percolare o essere rilasciati nel tempo e a seguito di stress termici. Numerosi studi hanno riportato un’ampia e diffusa esposizione ambientale dell’uomo agli ftalati, identificando l’ingestione/alimentazione come principale via di assunzione di questi composti.

Anche alcuni metalli pesanti si sono dimostrati capaci di indurre danno testicolare e, a tale proposito, la tossicità del Cadmio (Cd) è nota da diversi decenni. Il Cd è un metallo pesante ed un noto contaminante ambientale. Alcune attività industriali, come la fusione e raffinazione dei metalli, nonché l’attività comunale di incenerimento dei rifiuti sono momenti chiave implicati nel rilascio di metalli pesanti nell’atmosfera ed in particolare di Cd come ossido, cloruro o solfuro.

L’attuale produzione e commercializzazione di alcuni preparati alimentari “pronti all’uso” prevedono il confezionamento dei prodotti in specifici contenitori, in materiale plastico o metallico, da sottoporre direttamente ad alte temperature per la cottura in ambiente domestico. Sebbene la compatibilità di tali contenitori con l’uso preposto sia dichiarata dalle aziende produttrici, ad oggi l’effettivo rilascio di contaminanti, ed in particolare di interferenti endocrini, nelle pietanze finali non è noto.

Gli ftalati vengono rilasciati dalla plastica delle capsule, quando esse entrano in contatto con l’acqua portata a 90°, per ottenere la percolazione del caffè. Inoltre, le capsule in alluminio rilasciano durante la perforazione micro particelle metalliche. Tali sostanze entrano pertanto nel caffè che si beve e, una volta ingerite, svolgono nell’organismo, a lungo andare, un’azione simil-estrogenica, andando ad interferire e a “disturbare” alcune ghiandole normalmente soggette all’influenza di determinati ormoni. Così, ad esempio, nei testicoli svolgono una funzione anti-androgenica, potendo causare infertilità; mentre nelle donne, in virtù della loro azione simil-estrogenica, a lungo andare possono essere all’origine di patologie (anche neoplastiche) del seno, organo bersaglio tra i principali di quegli ormoni.

Se si tien conto, poi, che, oltre all’assunzione di caffè, i consumatori hanno a che fare quotidianamente con numerosi altri alimenti confezionati in contenitori di plastica, si comprende facilmente come si vada inevitabilmente incontro ad un subdolo, quasi inosservato effetto di “accumulo”, con gravi ripercussioni sulla salute.

Senza tener conto che le capsule, una volta utilizzate, costituiscono un rifiuto complesso da smaltire, in quanto composto da plastica ed organico, finendo per porre, se non adeguatamente trattate, problemi di inquinamento ambientale.

Sull’argomento, sono stati condotti studi, a livello europeo (SCF, EFSA), per valutare il rischio connesso ai plastificanti, in particolare il rilascio di ftalati e metalli pesanti dai contenitori plastici e metallici predosati, popolarmente denominati come capsule, utilizzati per la produzione domestica di caffè espresso.

Sono stati determinati i valori di assunzione giornaliera tollerabile, basati su studi sugli animali e su calcoli effettuati basandosi su un consumo giornaliero di tre caffè in persona adulta di 60 Kg con 100% di assunzione a livello del tratto gastrointestinale.

Il rischio così definito era pari ad un valore massimo di 1. Ora, tutti i valori calcolati negli studi sono risultati largamente inferiori ad 1, per cui si è indotti a credere che i plastifïcanti ingeriti nei surrogati di caffè, quanto a livelli, possano essere considerati non dannosi.

Tuttavia devono essere considerati due ulteriori aspetti di carattere generale:

  1. a) l’assunzione di ftalati come plastifïcanti non avviene solamente tramite i surrogati di caffè, ma anche attraverso il rilascio degli stessi da tutta un’altra serie di contenitori per alimenti che utilizzano questi plastifïcanti per conferire flessibilità alle plastiche in genere. Quindi sicuramente l’assunzione di plastifïcanti da surrogati di caffè va sommata ad altre assunzioni di plastifïcanti.
  2. b) Mentre altri componenti del caffè e dei surrogati di caffè quali la caffeina (componente principale) vengono metabolizzati all’interno del nostro organismo, gli ftalati hanno emivite biologiche molto più lunghe e possono, di conseguenza, essere accumulati all’interno dell’organismo.

Ma vi è di più: il di-n-butil ftalato (DBP), riscontrato tra gli ftalati rilasciati dalle capsule di caffè analizzate, è stato segnalato come una molecola che può provocare danni a livello riproduttivo e nello sviluppo. Negli Stati Uniti, DBP è stato proibito nei giocattoli e nei prodotti per la cura dei bambini. In Europa, DBP è stato proibito nei prodotti per la cura dei bambini e nei cosmetici

In conclusione, sicuramente nei surrogati di caffè ottenuti da capsule vi è la presenza di DEP, DBP, DiBP e DEHP, anche se la loro quantità non risulta dannosa in base alle normative vigenti.

 

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