PANDEMIA, UNA LEZIONE PER MIGLIORARE LA NOSTRA SANITÀ

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Prof. Silvio Garattini – Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche “M. Negri” – Milano

La drammatica esperienza della pandemia Covid-19, che ha calamitato su di sé l’attenzione, a scapito di altre patologie, impone una seria riflessione sull’organizzazione della pubblica Sanità in Italia. Occorrono profonde modifiche, che devono essere innanzitutto culturali, di approccio alle malattie. Bisogna ritrovare il valore fondamentale della prevenzione, puntare sulla medicina del territorio e porre al centro la ricerca scientifica.

La malattia Covid-19 indotta dal virus Sars Cov-2 si è sviluppata con grande velocità con il suo tragico fardello di contagi, terapie intensive e morti ed ha rappresentato un fatto inedito, la clausura per molti mesi con le inevitabili conseguenze sull’economia e sulle modalità della nostra vita. Abbiamo imparato quanto sia importante la salute perché da essa dipende la qualità della vita individuale e collettiva. Abbiamo capito che si deve essere preparati perché la globalizzazione fa circolare le persone e le merci, ma anche i batteri ed i virus.

Non sappiamo invece, perché non si può essere indovini, cosa succederà in futuro, se avremo una seconda ondata, per quanto tempo circolerà il virus, se avremo un vaccino e quando, e se avremo a disposizione farmaci efficaci. Non sappiamo neppure quanti degli oltre 36.000 morti, prevalentemente soggetti anziani, sono anticipazioni dovute all’azione aggravante del virus sulle patologie già esistenti e quante sono dovute invece all’azione diretta del virus. L’impreparazione di programmazione nei confronti della pandemia ha prodotto purtroppo danni ad una parte della popolazione con recrudescenze di patologie croniche, popolazione abbandonata perché tutta l’attenzione era concentrata solo sul Covid-19.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) pur essendo in declino è stato prezioso per affrontare la pandemia, guai se non ci fosse stato, come abbiamo potuto osservare in altri Paesi. Tutti si augurano che quanto è successo possa aiutarci a migliorare le cose per il futuro, ma ciò dipenderà da quanto la nostra comunità saprà condizionare le decisioni politiche del Governo. È certo che il SSN dopo oltre 40 anni di preziosa esistenza ha bisogno di profonde modifiche che devono essere anzitutto culturali per poter generare cambiamenti organizzativi ed operativi. Vorrei proporne tre.

Il primo cambiamento culturale deve ritrovare il profondo valore della prevenzione, un termine diventato obsoleto a causa dell’attuale cultura orientata a trovare terapie attraverso migliori diagnosi per tutte le malattie come se fossero ineluttabili. Oggi sappiamo invece che la maggioranza delle malattie dipende dai nostri comportamenti. Siamo noi che ce le auto-infliggiamo e poi ci lamentiamo per la loro presenza. Tutti sappiamo cosa si dovrebbe fare: evitare fumo, alcol droghe, sovrappeso e obesità e invece privilegiare l’esercizio fisico ed intellettuale, un’adeguata durata del sonno e soprattutto utilizzare un’alimentazione varia e moderata. Purtroppo gli interessi di uno Stato che specula sulle cattive abitudini di vita attraverso la tassazione, di una pubblicità menzognera che enfatizza le caratteristiche di prodotti che sono contrari alla salute ed un mercato della medicina che comprime le conoscenze scientifiche tendono ad avere il sopravvento. La prevenzione è indispensabile per la sostenibilità del SSN perché diminuisce il numero di malattie di cui si deve occupare liberando personale e risorse a favore di una maggiore efficienza. Il cambiamento culturale può essere sintetizzato sostenendo che il diritto alla salute non può prescindere dal dovere di mantenere la propria salute. Ciò è tanto più importante considerando che il non mantenere la salute danneggia il diritto di altri ad avere una migliore assistenza.

Un secondo cambiamento culturale deve avvenire contro una eccessiva mentalità ospedalocentrica che ha oscurato il ruolo fondamentale della medicina del territorio. Per questo cambiamento è necessario aver presente che la complessità della medicina moderna non permette più l’attività del medico solitario. Occorre riorganizzare i medici di medicina generale in gruppi per avere ambulatori aperti per tutta la settimana con il supporto di segreteria e la presenza di un’infermiera, di una psicologa, della possibilità di eseguire analisi di routine ed utilizzare le nuove metodologie della telemedicina per colloqui con i pazienti e contatti con gli specialisti nonché l’esecuzione di test a distanza. Si tratta di realizzare “case della salute” con un aumento dell’assistenza domiciliare per ottenere un vero filtro nei confronti del pronto soccorso e della ospedalizzazione spesso evitabile. I medici del territorio devono divenire dipendenti del SSN come i medici ospedalieri. Occorre eliminare i piccoli ospedali e concentrare anziché decentralizzare le specializzazioni complesse in pochi ospedali per ottenere maggior competenza e risparmi. È necessario anche ripensare le specializzazioni necessarie visto il notevole invecchiamento della nostra società con l’aumento di ammalati di polipatologie e di degenerazioni cognitive.

Un terzo cambiamento deve porre al centro la ricerca scientifica che deve porsi come base indispensabile per un’assistenza coerente con le conoscenze. Siamo un Paese che ha trascurato la ricerca scientifica considerandola una spesa anziché un investimento. Così abbiamo la metà della media dei ricercatori dei Paesi europei, continuiamo ad assistere alla fuga dei migliori ricercatori anche a causa delle barriere burocratiche che ostacolano la ricerca. Il SSN investe in ricerca solo lo 0,2 percento del suo fondo di 115 miliardi di euro, mentre l’industria dei telefoni smart spende il 10 percento del suo fatturato e l’industria farmaceutica fino a punte del 20 percento. C’è bisogno attraverso la ricerca di contrastare con informazioni indipendenti il mercato della medicina che inneggia ai benefici e sottovaluta gli effetti tossici dei farmaci. Manca un interesse per le malattie rare e mancano ricerche per tutte le situazioni che non interessano l’industria farmaceutica. Ad esempio sono necessarie ricerche comparative per farmaci che hanno le stesse indicazioni, ma costi diversi. Sono importanti gli studi per ottimizzare le dosi dei farmaci e la durata dei trattamenti nonché per stabilire le differenze di efficacia e di tossicità fra maschi e femmine. Occorre mettere ordine con adeguate ricerche alla polifarmacia degli anziani costretti ad assumere 10-15 farmaci al giorno senza sapere se siano veramente utili.

Ci si augura che la necessità di questi cambiamenti culturali ed organizzativi trovi un forte supporto da parte non solo degli operatori sanitari e dei ricercatori ma anche dai leaders intellettuali per convincere i politici a realizzare i necessari cambiamenti legislativi.

 

 

 

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