“Presente e futuro delle cure oncologiche”

L’intervento del prof. Franco Cavalli, presidente dell’Istituto Oncologico di Ricerca (IOR) di Bellinzona, Svizzera e già Presidente Unione Internazionale Contro il Cancro (UICC), nell’ambito del 17° convegno Lilt Lecce “Ambiente e Salute”

Ho cominciato la mia formazione in oncologia nel lontano 1972. Da allora molto è cambiato. Ciò vale per la nostra comprensione della biologia del cancro e quindi dei risultati che otteniamo: forse però ciò che è soprattutto cambiato (o che dovrebbe esserlo) è il nostro rapporto con il paziente oncologico.

A proposito dei risultati terapeutici faccio solo due esempi. Nel 1972 praticamente tutti i giovani pazienti con un tumore maligno testicolare, almeno che non si trattasse di un seminoma iniziale, morivano. Oggi li guariamo praticamente tutti. Allora più di un terzo delle donne si presentavano con un cancro della mammella primariamente inoperabile, più di due terzi dei casi operabili avevano un interessamento tumorale delle linfoghiandole ascellari e la percentuale di guarigione si aggirava intorno al 20-25%. Oggi quando ci capita di incontrare un caso con un tumore così grande da essere inoperabile, chiamiamo gli studenti per farglielo vedere. Solo una minoranza delle pazienti hanno linfoghiandole ascellari positive e la percentuale di guarigione si aggira al 70% o più. Risultati simili sono stati conseguiti anche in alcune altre patologie tumorali, ma ci sono purtroppo ancora parecchie neoplasie nelle quali i nostri risultati terapeutici rimangono molto insufficienti. Valutando in modo globale i risultati, dobbiamo riconoscere che i progressi maggiori a livello di popolazione non sono dovuti alle nostre terapie, ma bensì soprattutto alla prevenzione e alla diagnosi precoce. Pensiamo anche solo alla diminuzione, soprattutto nei maschi, dei casi di neoplasia del polmone o alla drastica riduzione della mortalità per carcinoma del collo uterino. E di esempi simili ce ne sono anche diversi altri. Sarebbe quindi logico investire molto di più in studi sulla prevenzione e la diagnosi precoce, invece di concentrare, com’è il caso oggi, quasi tutti i fondi di ricerca nello sviluppo di nuovi farmaci. Purtroppo a decidere gli investimenti sono soprattutto i monopoli farmaceutici.

Tornando ai tempi della mia formazione, mi ricordo come allora, di fronte ai primi successi con la chemioterapia antitumorale, regnasse un clima di grande ottimismo. Pensavamo che avremmo fatto presto altri importanti progressi. Anche perciò il presidente Nixon dichiarò la “guerra contro il cancro”, promettendo che nei prossimi 10 anni gli Stati Uniti avrebbero vinto questa guerra. Evidentemente non è andata così. Presto ci si rese conto che gli ulteriori miglioramenti erano meno significativi di quanto si era sperato. Ci accorgemmo anche, soprattutto grazie alle critiche del personale infermieristico, che stavamo un po’ “maltrattando” i pazienti. Questo fatto era legato alla natura stessa della chemioterapia classica, che non sa distinguere tra cellule normali e cellule tumorali. In teoria i risultati della chemioterapia classica dovrebbero migliorare, aumentando il dosaggio somministrato: nella realtà causavamo invece tossicità più gravi, senza veramente aumentare le probabilità di guarigione. Avevo fatto parte della commissione internazionale sul metodo Di Bella: sono convinto che la popolarità conseguita da questa terapia, che non aveva alcuna base scientifica, era dovuto al fatto che molti medici si comportavano allora da “chemioterapisti puri” e non da veri oncologi, che avrebbero dovuto tenere sempre presente la qualità di vita dei loro pazienti. A poco a poco la situazione è però cambiata. Penso che tutti oggi abbiamo un approccio molto più olistico con i pazienti tumorali, i quali oggigiorno vengono addirittura coinvolti nei comitati che devono valutare la bontà dei progetti clinici di ricerca. Dall’inizio del nuovo millennio l’armamentario terapeutico a disposizione nel trattamento sistemico delle neoplasie è profondamente cambiato. Dopo molti insuccessi, l’immunoterapia è finalmente diventata una realtà importante. Dapprima grazie agli anticorpi monoclonali, che più tardi sono stati coniugati con derivati citotossici o ionizzanti. Si è scoperto poi con i cosiddetti checkpoint inhibitors come togliere quel blocco, creato da citochine prodotte dalle cellule tumorali, che impedisce ai linfociti di aggredire il tumore, come dovrebbero di regola fare. Oggigiorno creando degli antigeni chimerici sulla superficie di questi linfociti T si riesce anche a moltiplicarne l’aggressività verso le cellule tumorali. Il nostro armamentario terapeutico è stato arricchito anche dai cosiddetti farmaci intelligenti, che sanno prendere di mira direttamente le anomalie geniche o le false proteine che queste producono, che sono poi le forze trainanti della crescita tumorale. Il primo esempio fu verso la fine del secolo scorso l’Imatinib, che ha reso di solito inutile il trapianto allogenico, prima necessario per evitare la trasformazione della leucemia mieloide cronica in una leucemia acuta sempre fatale. Attualmente i progressi più significativi con questi farmaci intelligenti si stanno registrando nei tumori polmonari non a piccole cellule, dove in precedenza per più di 40 anni non si era fatto nessun progresso. Se dovessi però scommettere su quale sarà in un prossimo futuro il progresso più importante, punterei su una molto probabile rivoluzione per quanto riguarda la diagnosi precoce grazie alla cosiddetta biopsia liquida. Questa tecnologia ci permette di scoprire quantità anche infinitesimali di quel DNA tumorale, che le cellule cancerogene secernano in continuazione. Oggi anche con la migliore diagnostica per immagini arriviamo spesso tardi, quando il tumore ha già metastatizzato. Con la biopsia liquida dovremmo invece arrivare molto prima, ciò che moltiplicherebbe l’efficacia dei nostri approcci terapeutici. Molti studi sono in corso su questo tema e molto presto sapremo se avrò vinto la mia scommessa.